Primo itinerario

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Riese Pio X: 45.726467, 11.913087
Vedelago: 45.686865, 12.014862
Castelfranco: 45.671694, 11.928239
Morgano: 45.648013, 12.104973
Treviso: 45.666901, 12.243039
Lancenigo: 45.711541, 12.270874
Casier: 45.641472, 12.295849
Silea: 45.653345, 12.296160
Morgano: 45.648013, 12.104973
Loria: 45.729377, 11.865653
ISTRANA: 45.678553, 12.099551
Castelfranco V.to : 45.671694, 11.928239
QUINTO DI TREVISO: 45.645095, 12.166783
VEDELAGO: 45.686865, 12.014862
CONSORZIO DELL\'ASPARAGO DI BADOERE: 45.634827, 12.083860
Az. Agr. DOTTO PAOLO : 45.658116, 12.192126
Bortignon Rosa: 45.674193, 12.241073
Brugnaro Giuliano: 45.615696, 12.108475
Montagner Remo : 45.693990, 11.971799
TRE COMUNI AZ. AGRICOLA: 45.711970, 12.072680
I SAVI: 45.570510, 12.170530
TROTICOLTURA S. CRISTINA: 45.642316, 12.141715
OASI CERVARA: 45.639773, 12.128745
VILLA EMO: 45.710388, 11.986661
Az. Agr. CORRO\' GIUSEPPE: 45.653766, 12.224273
DOTTO GIOVANNI: 45.643909, 12.215136
Az. Agr. FRANCHETTO PAOLO: 45.652054, 12.141483
Az. Agr. GASPARINI STEFANO: 45.634080, 12.145842
Az. Agr. PRETE MARIA: 45.619141, 12.111181
TENUTA AL PARCO: 45.650560, 12.107160
LA TREVISANA DEL SILE snc: 45.646542, 12.151415
EREDI BENOZZI: 45.627933, 12.075279
MUSEO CASA NATALE SAN PIO X: 45.728453, 11.911613

Primo itinerario: la civiltà dell’acqua da Treviso a Castelfranco Veneto

Treviso costituisce necessariamente il punto di partenza per la visita della strada del radicchio rosso: è alla città che deve probabilmente la sua fama, alle numerose manifestazioni che hanno cercato di valorizzarne la conoscenza sui mercati nazionali e internazionali. La stessa immagine del radicchio è indissolubilmente legata a quella della piazza dei Signori ed alla Torre civica che su essa campeggia. La prima mostra del radicchio fu infatti organizzata nel 1900 proprio sotto il palazzo dei 300.
Del resto la città è nata in simbiosi con le acque del Sile e dei suoi affluenti e si specchia sulle stesse acque di risorgiva che sono impiegate per l’imbianchimento del radicchio. Come testimoniato ancor oggi dagli attracchi che si incontrano lungo le rive del fiume nei pressi dell’ex ospedale dei Battuti, il Sile era la principale via di comunicazione tra la città e Venezia e, con ogni probabilità, da qui partivano i radicchi per essere venduti in passato sui banchi di Rialto.
La città è ricca di monumenti e d’opere d’arte la cui descrizione esula gli scopi della presentazione del tracciato della strada. Tra tutti basti ricordare la Piazza dei Signori e il Palazzo dei Trecento, la Loggia dei Cavalieri, il Duomo, le Chiese di San Nicolò con lo splendido capitolo dei Domenicani affrescato da Tomaso da Modena, Santa Caterina, San Francesco, la chiesetta di Santa Lucia, Santa Maria Maggiore, il Museo Bailo, le interessanti mura cinquecentesche e le moltissime dimore affrescate che si affacciano sulle principali strade cittadine.

Usciti da Treviso seguendo il corso del fiume, a S. Maria del Sile si potrà raggiungere la sede del Parco a Villa Letizia, da cui si prosegue per Quinto di Treviso dove si possono ancora vedere alcuni interessanti complessi molitori (mulini Grendene, Bordignon, Favaro e Rachello). Nel centro di Quinto vi è pure villa Ciardi, dimora dei pittori Guglielmo e Beppe Ciardi.
Il cammino riprende, lungo la sponda destra del fiume, fino a S. Cristina ove si trova l’Oasi naturalistica del Mulino Cervara, una vasta area palustre di 25 ettari che, con i 15 ettari della vicina Palude del Barbasso, costituisce una delle più importanti zone umide del Parco Naturale Regionale del Fiume Sile.

Questo luogo ha da sempre attirato l’uomo per la sua ricchezza di acque e risorse naturali, infatti il Mulino di Cervara, oggi porta di accesso dell’Oasi, era già funzionante nel 1325. Dopo un lungo periodo di abbandono è stato recentemente restaurato e messo in grado di funzionare anche se solo a fini didattici. All’interno dell’esteso canneto, che occupa buona parte del cuore interno dell’Oasi, trovano rifugio molte specie di uccelli che vi svernano o nidificano, tra cui  il Martin pescatore, l’Airone cenerino, il Porciglione, il Tarabusino, il Tuffetto, la Cannaiola, il Pendolino, il Germano reale, l’Alzavola ed il Cigno reale. Dove il terreno è più asciutto, al canneto si sostituisce il bosco igrofilo costituito da Ontano nero, Pioppo e Salice bianco. Dai primi anni ’80, un’area boscosa all’interno dell’Oasi accoglie una grande colonia di aironi (garzaia) nella quale si contano circa 200 nidi di Airone cenerino, Nitticora e Garzetta. Una notevole varietà di piante e fiori delle zone umide si può ammirare all’interno dell’Orto Botanico, nel quale sono state raccolte e classificate circa 50 specie vegetali, alcune delle quali rare e preziose come il Trifoglio fibrino e il Giunco fiorito. Nell’Oasi è presente un interessante percorso naturalistico e culturale che consente l’osservazione dell’avifauna da appositi appostamenti.

Attraversato il ponte sul Sile si passerà nella sinistra idrografica del fiume e merita sicuramente una visita la splendida pala d’altare della Chiesa di Santa Cristina opera di Lorenzo Lotto.
Subito dopo il centro di S. Cristina, seguendo un itinerario estremamente suggestivo che si dipana tra radure e pioppeti, si raggiungerà, dopo aver attraversato nuovamente il Sile, Morgano e di qui Badoere dove Angelo Badoer fece erigere, nel 1756, una villa padronale, distrutta da un incendio nel 1920, in prossimità della quale venne realizzata un’originale Rotonda costituita da due emicicli porticati destinati a mercato permanente, autorizzato nel 1689 dalla Serenissima, per lo scambio e la vendita di prodotti agricoli e centro di servizi artigianali. Il complesso, pregevole architettura settecentesca, è una successione modulare di botteghe al piano terra che ospita abitazioni ai piani superiori. Particolarmente interessanti sono i serramenti delle botteghe, che, apribili a ribalta verso l’alto, fissati con  ganci al soffitto, fungevano da vetrina. Il mercato che si svolgeva tra queste arcate è stato ritratto in alcuni dipinti di Gugliemo Ciardi.

Riprendendo il percorso si raggiunge ora Levada, frazione di Piombino Dese, ove sorge Villa Marcello, antico edificio di origine cinquecentesca, ricostruito nel 700. Esso costituisce uno degli esempi meglio conservati di villa settecentesca, simbolo di una reviviscenza dell’arte palladiana. Il corpo centrale, su due piani, è scandito da semicolonne ioniche nella parte superiore ed è coronato da un elegante timpano; la parte inferiore, decorata a bugnato rustico, si collega con barchesse laterali che racchiudono all’interno un giardino all’italiana caratterizzato da uno sviluppo rigidamente geometrico; il parco circostante è decorato con statue, peschiera e piante ad alto fusto. Il viale d’accesso parte da un fastoso cancello sormontato dal corno ducale (simbolo della fama raggiunta dai Marcello) e prosegue tra le due ali porticate fino alla scalinata d’ingresso. Il maestoso salone centrale, sviluppato su due piani, è arricchito da affreschi del 1736 di G.B. Crosato. Di grande interesse anche l’ampio parco attualmente visitabile.

Superata Levada, dopo breve tragitto si volterà a destra verso Casacorba e si attraverserà l’area ove nasce il fiume. Si tratta nuovamente di un percorso suggestivo, immerso nel verde, dove sono ancora presenti siepi e alberature lungo i numerosi fossati. Giunti a Casacorba, percorrendo via Santa Brigida, si troverà una strada bianca (da percorrere a piedi) che si diparte sulla sinistra. Poco oltre si scopre, sempre sulla sinistra, un largo sentiero che si inoltra deciso tra le piante che lo contornano. Si potranno così raggiungere le sorgenti del fiume. Il fiume nasce da una pluralità di piccole risorgive purtroppo in parte interrate in passato. Interessante anche la permanenza, nei pressi delle sorgenti, di un’area prativa sistemata a campi chiusi ove i prati stabili sono circondati da siepi miste composte da alberi d’alto fusto e cespugli.

Da Casacorba ora il cammino riprende verso Nord. Prima di entrare a Cavasagra (frazione del comune di Vedelago) si incontra sulla sinistra villa Corner della Regina, fatta costruire dai nobili veneziani Corner. Venne restaurata nel 1717 dall’architetto Giorgio Massari ma subì un radicale ampliamento nel 1770 ad opera di Giovanni Miazzi e, successivamente, di Francesco Maria Preti.
Il sontuoso edificio a tre piani presenta, in facciata, un maestoso portico in stile palladiano, retto da quattro colonne giganti di ordine dorico, al quale si accede tramite un’ampia scalinata. Il piano nobile è scandito da finestre centinate, perfettamente simmetriche alle aperture quadrate del piano superiore. Ai lati della villa due semplici serre fanno da giunzione tra il corpo centrale ed una barchessa ad arcate (il progetto del Preti prevedeva la realizzazione di due barchesse simmetriche ma di quella di sinistra non è rimasta traccia). Davanti alla villa è ancora presente lo stradone alberato che generalmente si dipartiva dalle ville venete maggiori in quattro direzioni.
L’itinerario riprende nuovamente verso Nord. In questo tratto di strada si potranno osservare nella campagne interessanti esempi dell’antica sistemazione a piantata in cui gli appezzamenti sono suddivisi da filari di gelsi che talvolta sostengono ancora le viti.

Superata Fossalunga si raggiungerà l’antica Postumia Romana, si girerà a sinistra e, dopo poco a destra per raggiungere Barcon dove sorge la Barchessa di villa Pola . Nel 1718 i conti Pola commissionarono all’architetto veneziano Giorgio Massari un complesso architettonico articolato intorno ad una sontuosa villa d’impianto palladiano costituita da un corpo centrale affrescato da Gian Battista Canal e da due barchesse. Ad oggi dell’intero complesso rimane la sola Barchessa di Ponente poiché i Pola, oberati dalle tasse che gravavano sulla villa, decisero di abbattere l’edificio circa trent’ anni dopo la sua costruzione.

La barchessa ad Occidente è scandita da dieci arcate con colonne di ordine dorico ed è recentemente stata sottoposta ad un attento intervento di restauro. Da Barcon si proseguirà per Fanzolo ove sorge la palladiana villa Emo. Prima di raggiungere la villa si potrà osservare lungo l’itinerario la presenza delle canalette irrigue che adducono l’acqua del consorzio Bretella di Pederobba la cui realizzazione risale al 400. Il titolo originario di concessione della derivazione dal Piave dell’acqua, che alimenta i canali del Consorzio “Brentella di Pederobba”, risale alla prima metà del secolo XV, è, cioè, costituito dalle Terminazioni della Repubblica Veneta in data 22 marzo 1436, 17 novembre 1446, 14 marzo 1536 nonché dal riconoscimento emesso dalla Prefettura del Tagliamento con ordinanza 30 aprile 1811, mentre le assegnazioni dell’acqua a favore dei singoli Comuni vennero disposte dal Podestà di Treviso, Michele Salomonio, con la sentenza 19 marzo 1503, che venne approvata con la Ducale 29 aprile 1507.

Villa Emo fu progettata da Andrea Palladio che, nel 1560, fu incaricato dal nobile Leonardo Emo di progettare una residenza di campagna. Il Palladio realizzò un grandioso complesso, sviluppato orizzontalmente e formato dalla villa padronale, a forma di parallelepipedo, e da due barchesse laterali composte da undici arcate su pilastri e terminanti in due colombaie a forma di bassi torrioni, suggestivo richiamo alle affascinanti torri medioevali. Dal punto di vista architettonico, villa Emo richiama lo schieramento di porticati e la perfetta fusione tra corpo dominicale e parte rustica tipici di villa Barbaro a Maser. La villa padronale è caratterizzata al piano terreno da uno zoccolo con piccole finestre quadre e da una rampa, interrotta a metà percorso, che conduce ad un pronao formato da quattro colonne di ordine tuscanico con un ampio intercolumnio. Il timpano, posto a coronamento del pronao, è ingentilito da altorilievi attribuiti ad Alessandro Vittoria che riproducono lo stemma della famiglia Emo, retto da due Vittorie alate. In questo elegante complesso coesistono con mirabile armonia i più alti motivi ispiratori dell’architettura in villa cinquecentesca, ossia la contrapposizione tra l’aristocratica sobrietà della residenza padronale e  la dignità senza eccessi delle barchesse e degli annessi rustici.

Dopo Fanzolo, proseguendo verso Ovest ci si addentra in un territorio in cui sono ancora visibili gli allineamenti stradali dell’antica centuriazione romana. Si giungerà quindi all’antica via Aurelia, l’asse stradale che più a Sud costituisce il cardo della centuriazione posta tra le province di Padova e Venezia. Si percorrerà ora un breve tratto della strada che anticamente congiungeva Padova ad Asolo e la si abbandonerà per raggiungere Riese Pio X ove si potrà visitare la casa natale di S. Pio X. La casa venne donata da Maria Sarto, sorella del Papa, al Comune di Riese nel 1926. Essa conserva suppellettili domestiche della famiglia Sarto. Sul lato Sud venne costruito nel 1935, in occasione del centenario della nascita di Pio X, il museo dedicato al Santo: questo conserva molteplici cimeli appartenuti al Pontefice. Il complesso fu restaurato nel 1985 in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II ed è visitato ogni anno da circa 10.000 persone. Sempre a Riese Pio X si trova villa Eger, costruita nella metà del ‘700, avente facciate che richiamano la regola neoclassica: un’opera di grande prestigio artistico ed architettonico dell’arch. Andrea Zorzi. Dietro la Villa si estende un ampio parco in cui sorge un’Arena estiva: uno splendido anfiteatro di 800 posti, immerso nel verde, che ospita una delle più ricche ed attese rassegne cinematografiche estive ed è sede di importanti manifestazioni culturali e musicali della provincia trevigiana . La villa è anche sede del Municipio.

Abbandonato Riese Pio X la strada ora attraversa i “prai” di Castello di Godego, una vasta area di notevole interesse paesaggistico e ambientale caratterizzata ancora da vaste estensioni di aree prative delimitate da fossati sulle cui rive si trovano siepi di vario tipo. Nell’area dei prai si trovano alcuni sentieri naturalistici che possono consentire la visita di questo tratto assai interessante della campagna trevigiana, che, per le sue peculiarità ambientali, è stata inclusa nella Rete Natura 2000. Giunti a Castello di Godego meritano sicuramente una visita villa Martini e villa Priuli. Villa Martini, il cui nome si identifica con la “Villa di Godego”, è un luogo complesso, appartenente a varie epoche, dal XV al XVIII secolo.

La villa è dislocata ortogonalmente rispetto alla centrale via Marconi, verso la quale si affaccia con la parte settecentesca di rappresentanza. Essa fu costruita, intorno alla metà del ‘700, dall’ architetto Francesco Maria Preti che realizzò un edificio dalla linee semplici e classicheggianti. Particolarmente grazioso è l’oratorio della villa, risalente al XVIII secolo, che ripete, in tono più modesto, la facciata di rappresentanza. Il complesso architettonico è tutto cinto da mura e comprende un grande parco con laghetto.
Villa Priuli è quanto resta di un grandioso complesso di villa-castello, che si estendeva fino alla piazza del Comune. Il corpo centrale, detto “il palazzon”, interamente affrescato da Paolo Piazza, fu abbattuto intorno alla metà del ‘700. L’edificio attualmente rimasto presenta tre facciate ornate da altrettanti poggioli barocchi in pietra e da tre grandi portali ad arco che conducono all’originale salone “a T” del piano rialzato. Fino al 1974 la villa era circondata da un muro di cinta e da diversi edifici minori tra i quali una barchessa affrescata del ‘500 ed un forno del ‘400. Attualmente l’edificio è sede della Biblioteca Comunale.

Lasciato Castello di Godego, la strada costeggia ora nuovamente i prai e, dopo aver passato la località Bella Venezia, si giungerà a Castelfranco ancora circondata dalla bella cinta di mura merlate. Il castello che ingloba l’abitato originario fu realizzato dal 1195 al 1199 come avamposto militare-amministrativo della città di Treviso. Le mura sono lunghe complessivamente 930 metri e conservano ancora 6 delle 8 torri originarie. Delle quattro porte, la meglio conservata è quella rivolta verso Treviso con orologio e leone Marciano. Tutta la cinta muraria è circondata da un fossato che deriva le proprie acque dal Musone.
All’interno del borgo, che merita una visita nel suo complesso, va in primo luogo ricordata la Casa Pellizzari. L’edificio, comunemente noto come Casa del Giorgione, ospita in una sala del primo piano un fregio attribuibile al grande artista con quasi totale certezza. L’opera, densa di significati allegorici, è un affresco monocromo bruno-ocra che raffigura, in una sequenza apparentemente inventariale, oggetti riferiti alle arti, alle scienze ed alle professioni, intervallati da motti in lingua latina desunti dalla Bibbia e dal Bellum Catilinae di Sallustio.

I sottintesi allegorici a cui la fascia rimanda hanno alimentato nei secoli numerose letture interpretative. Tra queste la più accreditata ravvisa, come filo conduttore del fregio, la caducità della vita umana e l’esaltazione della fama e della virtù attraverso le Arti Liberali.
Nei pressi della Casa del Giorgione si trova il Duomo. L’attuale edificio sorge al posto della romanica “chiesa di dentro” e fu costruito nel 1723 dall’allora giovanissimo architetto Francesco Maria Preti. All’interno l’architetto applicò la teoria media armonica proporzionale, infatti, l’altezza della navata è media armonica tra la sua lunghezza e la sua larghezza.

Il Duomo fu aperto al culto nell’Aprile del 1746, quando ancora non erano state realizzate la cupola e l’atrio progettati dal Preti. Solo intorno al 1892, fu inoltre aggiunta la facciata ad opera dell’ingegner Pio Finazzi. La chiesa, a navata unica con cappelle laterali, è ispirata nell’articolazione degli spazi ed in alcuni particolari architettonici alla chiesa del Redentore, costruita dal Palladio a Venezia. Tuttavia ciò che maggiormente contraddistingue e valorizza il Duomo è il fatto che esso custodisca ed ospiti, a destra del presbiterio, la famosissima “Pala del Giorgione”, opera commissionata al pittore dal condottiero Tuzio Costanzo in memoria del figlio Matteo, soldato della Repubblica Veneta morto in combattimento. Oltre alla famosa pala, il Duomo ospita notevoli opere di Palma il Giovane, Paolo Piazza, Giovanni Battista Ponchini e Giuseppe Bernardi detto il Torretto. Anche nella Sagrestia si possono ammirare sette frammenti degli affreschi che il Veronese dipinse per Villa Soranzo a Treville, demolita nei primi anni dell’Ottocento e notevoli dipinti di Palma il Giovane e Jacopo da Bassano.
Altri monumenti di grande interesse sono il Monte di Pietà, il Teatro Accademico e la Villa Revedin-Bolasco.

Monte di Pietà
Il Monte di Pietà dalla sua fondazione, il 23 aprile del 1493, fino agli inizi del secolo XIX, ospitò gli uffici e i magazzini dei pegni del Monte di Pietà di Castelfranco situato di fronte all’attuale Municipio, già Palazzo del Podestà veneziano. Già alla fine del XVIII secolo, la vecchia struttura del Monte si presentava quasi rovinosa e di pochissima sicurezza. All’inizio dell’Ottocento fu individuata una nuova sede del Monte. Impreziosito da lapidi e fasce in affresco del secolo XVI, è attualmente la sede della nuova biblioteca comunale.

Teatro accademico
L’edificio fu realizzato tra il 1754 ed il 1780 dall’architetto Francesco Maria Preti, ad eccezione dell’atrio e della facciata che furono aggiunti tra il 1853 ed il 1858 dall’ingegner Antonio Barea che compì anche una ristrutturazione interna finalizzata alla messa in scena di opere liriche. L’originalità architettonica del teatro consiste nella duplice funzione di sala teatrale per spettacoli serali ed aula per le riunioni diurne degli Accademici. Nella progettazione dell’edificio il Preti applica la regola matematica della media armonica proporzionale, che permette di ottenere un’ acustica ottimale. All’interno, tra il proscenio e l’emiciclo dei palchi, si aprono due grandi logge rette da colonne corinzie, la cui parete di fondo, finestrata, consente il passaggio di molta luce. Verso la metà dell’Ottocento il teatro subì alcune trasformazioni e venne completamente ridecorato.

Villa Revedin-Bolasco
Villa Revedin-Bolasco è costituita da un grande corpo a L il cui fronte orientale si affaccia su un grande parco. Il grandioso complesso, voluto da un nipote di Caterina Cornaro, fu eretto nel Seicento da Vincenzo Scamozzi, che progettò due edifici gemelli detti “del Paradiso” ed un grande parco barocco. Nell’Ottocento i Revedin, nuovi proprietari del complesso, incaricarono Giovanni Battista Meduna di riprogettare secondo il gusto romantico del tempo sia la residenza sia il grande giardino, poi terminato da Antonio Negrin. Quest’ultimo fu trasformato in un bellissimo parco all’inglese con laghetto. Successivamente vi furono costruiti diversi edifici tra cui una serra in stile moresco ed un teatro all’aperto (usato come galoppatoio), circondato dalle statue barocche, opera di Orazio Marinali, appartenenti al precedente giardino progettato dallo Scamozzi. Il complesso, lasciato in eredità all’Università di Padova dagli ultimi proprietari, i Bolasco, meriterebbe una maggiore valorizzazione. Un’associazione di guide volontarie rende comunque possibile la visita del bellissimo parco e delle scuderie. La villa è destinata a divenire sede del corso di laurea in Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione.